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Sul suo blog si definisce «Pornofemmina napoletana». Ma a quattr’occhi, davanti ad un caffè, parla di sé come «materia che si muove e che pensa». Cita
saggisti e filosofi, parla del suo scopritore, Rocco Siffredi, definendolo «l’uomo più femminista del mondo», e vorrebbe fare porno «come Maradona giocava a calcio». Odia i valori e le debolezze borghesi (come vergogna e gelosia), non si sente né uomo né donna ed ha una fede nelle sue qualità e nella sua intelligenza che sfiora il fanatismo. Paragonatela pure ad Annie Sprinkle e Veronica Vera, un po’ meno a Sasha Grey, ma nessuno provi a chiamarla pornostar intellettuale: risponderebbe che «separare ciò (o chi) sarebbe “intellettuale” da ciò (o chi) non lo sarebbe, equivale a non riconoscere che tutto è “intellettuale”, e tutti lo siamo».
Valentina Nappi, ventunenne pompeiana, studentessa di design della moda e stella nascente del porno italiano, è un personaggio molto complesso, per alcuni tratti eversivo. Sul porno (di cui si definisce un’artigiana) e sul suo ruolo nella società, ha alcune idee (maturate in dieci anni di conoscenza diretta dell’argomento) che potrebbero sembrare pretenziose. Ma lei è convinta, anzi, sa di stare nella ragione. Vive da sola da circa un anno, si sfama spogliandosi ed esibendosi in webcam ed ha un fidanzato con cui, confida, è riuscita ad instaurare un rapporto molto, molto aperto.
Insomma, sembra perfetta per Playboy.
Ci concede un incontro. Attenzione, le coordinate sono importanti. Il dove è Pompei, cittadina racchiusa tra il lussurioso passato dei lupanari e degli affreschi erotici, e il religioso presente del Santuario e della «zona del silenzio» che lo circonda. Il quando è la mattina di Pasqua, intorno a mezzogiorno, quando gli altri (che lei chiamerà “abituati”) sono nel pieno dei preparativi del pranzo con i parenti.
Per Valentina l’indaffarato movimento che le gira intorno pare non aver senso. Ne è lontana anni luce: «Possiamo vederci quando vuoi – mi aveva detto pochi giorni prima –, anche nelle feste, tanto sono atea». Così facciamo. Ci incontriamo in una mattinata piovosa, in un bar qualsiasi. Mi aspetta sotto un ombrello grigio, vestita normalmente e truccata appena, ferma mentre gli altri corrono.
«I giornalisti che mi hanno intervistato fino ad ora – mi avverte – hanno scritto di “porno intellettuale”, “culturale”, “artistico” e altre cretinate del genere.
Non ho mai detto queste parole, quindi non attribuirmele». Ma non basta: per evitare ulteriori equivoci, Valentina mi vieta espressamente di usare con lei le parole “arte” e “cultura”: «Sono termini che si prestano a troppi significati e, quindi, a troppi fraintendimenti. Per questo, se proprio dobbiamo parlarne,
mettiamoci prima d’accordo sul loro significato. Oppure, semplicemente, parliamo di cultura alta».
Ci sediamo al tavolino. Le dico che immaginavo di trovarla attorniata da ragazzi che avevano visto le sue foto o il video in cui veniva introdotta da Siffredi e un ragazzotto di colore nel mondo della pornografia.
Pensavo anche che qualche signore benpensante, avendola vista pochi giorni prima alla trasmissione “Robinson”, le s’avvicinasse per cercare di capire come mai una ragazzina della sua età avesse già deciso di compromettersi scegliendo una strada come quella. Immaginavo, insomma, che non passasse inosservata. E invece davanti al bar era sola, ancora una signorina nessuno per la grande massa, bellissima, certo, ma non particolarmente appariscente, né diversa da una qualsiasi ventunenne di Pompei. È normale, dunque, che nessuno l’abbia notata.
Questo, forse, succederà fra qualche anno, quando il suo nome, per ora legato solamente a quattro scene hard (al momento dell’intervista ancora inedite) girate con il re del porno nel suo “Rocco’s World” a Budapest, comincerà a farsi strada tra quelli storici delle attrici pornografiche italiane, vive o passate.
Ci riuscirà?
«Io non fallirò», risponde rasentando la sbruffonaggine, con tono di voce così tranquillo e sicuro che a chi l’ascolta può venire il sospetto
di avere di fronte un’illusa. E quando le si fa notare che la sua apparentemente incrollabile fiducia in sé stessa potrebbe sembrare, a chi la conosce poco,
sintomo di superbia, lei risponde: «E qual è il problema? Non me ne preoccupo.
Chi mi critica per quello che faccio lo fa probabilmente perché, quando aveva la mia età, invece di cacciare le palle e seguire la sua strada, ha deciso di
adattarsi a fare un lavoro che non ama. Io li chiamo “abituati”, perché hanno scelto di bersi tutto quel che la cultura dominante gli dice. Io, a differenza
loro, ho semplicemente seguito la mia vocazione».
Valentina usa proprio questo termine: vocazione. Quella che porta gli altri a diventar medici o a prendere i voti. E per vocazione non intende solo quella che l’ha fatta diventare pornoattrice, ma anche quella che un giorno le farà aprire una casa di produzione tutta sua, con cui poter girare film pornografici sperimentali, conformi alle sue idee: «Quello del porno è un argomento complicato – spiega –, anche dal punto di vista filosofico: la pornografia mette in discussione l’essere, e quindi tutta la filosofia occidentale. Anche per questo il porno, oggigiorno, è accettato ma ghettizzato,  separato dalle altre “materie”. Quel che sogno è vedere il porno sullo stesso piano di queste materie, entrare in musei in cui, di fianco a quadri e sculture, siano rappresentate performance pornografiche, comprare sexy toys progettati da designer internazionali, poter cliccare, nei siti pornografici, sui banner pubblicitari di aziende “normali”.
Insomma, vedere la pornografia dialogare con pittura, architettura e design».
Quel che vuole Valentina, dunque, è lo «sdoganamento del porno, ovvero quel processo che lo porterebbe dalla cultura pop (in cui è nato) a
quella alta, sulla falsariga di quel che è successo, ad esempio, a cucina e moda. Solo in questo modo – sostiene – si può tentare di modificare la visione
delle persone, facendo tornare scandalosa la pornografia».
Porno non scandaloso? Il concetto non è chiaro. «La pornografia – spiega Valentina – non è oscena, almeno a mio avviso. Non so nemmeno se esista, l’osceno, e gli “abituati” non se ne sentono più turbati. Quel che li sconvolgerà sarà vederla in un ambito nuovo, ovvero sullo stesso scaffale delle altre materie, e come queste dotata di dignità culturale».
Un piccolo saggio della sua idea di pornografia “alta”, Valentina lo ha dato sul suo blog (inpuntadicapezzolo.it), in un video in cui omaggia, masturbandosi, il compositore Maurice Ravel. «Le note di “Daphnis et Chloé” che si sentono in sottofondo – spiega – sono parte integrante della performance. Certo, è un filmato un po’ grezzo, ma è un buon esempio di come dovrebbe essere il porno, almeno secondo me».
Insomma, Valentina vuole cambiare la mente degli italiani, o almeno contribuire a farlo.
È sicura di riuscirci, nonostante la difficoltà implicita in un’impresa del genere. Ma c’è bisogno di tempo: «La mia vittoria, purtroppo, non la vedrò mai.
Forse neanche i miei figli la vedranno. Ma non demordo e continuo a lavorare. Ho molti progetti in ballo, e tra pochi giorni tornerò a Budapest per girare un altro film».
Valentina si alza dal tavolino e fa per prendere i soldi dalla borsa. Inutile tentare di imporsi ed offrirle la consumazione. Con una come lei si fa alla romana: «Anche questa cultura del gentiluomo deve cambiare – mi dice mostrandomi uno dei suoi rari sorrisi –. Insomma, dove sta scritto che
dev’essere sempre l’uomo ad offrire ad una donna?». Certo, nella Pompei dei bordelli e dei graffiti di donne che vendevano il proprio corpo per il costo di
un bicchiere di vino – nella Pompei antica, insomma, quella delle due in cui Valentina più si rispecchia – forse nessuno si poneva dubbi del genere. Resta il fatto che preferisce così. «Ma cosa significa vendere il proprio corpo – mi domanda –? Anche un muratore lo vende. Così come un artista vende i propri
quadri e un giornalista la propria scrittura. Insomma, qual è la differenza?».

fonte www.playboy.it

Un Commento a “Valentina Nappi su Playboy”

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